Del fico d’India non si butta via niente. Nemmeno dopo la “scozzolatura” di giugno

Ispira i designer, dà nuovo gusto alla birra e promette bene nel settore delle biomasse. Questa pianta antichissima ha un futuro: ce lo spiega Salvatore Rapisarda di Euroagrumi

Il fico d’India è già pronto per il futuro, nonostante la sua coltivazione si fondi ancora oggi su riti antichi. Proprio in questi giorni infatti i coltivatori sono alle prese con la scozzolatura, che consiste nel far cadere i primi fiori per lasciare che crescano sulla pianta solo i frutti migliori. Questi verranno raccolti a fine luglio e addirittura fino a fine ottobre, quando matureranno i “bastardoni”: in pratica, l’uomo interviene sulla sfera sessuale della pianta perché generi frutti più succosi e saporiti.



Per questo frutto antichissimo, gli utilizzi alternativi al consumo alimentare sono sorprendenti e, ancora una volta, depositati nella memoria dei nostri nonni. Salvatore Rapisarda, presidente del Consorzio Euroagrumi, dispensa alcuni consigli utili: “Il fico d’India ha proprietà molto simili all’aloe. La pala (foglia) ha potere cicatrizzante, può essere posta sulle ferite oppure mangiata al mattino per alleviare ulcere e gastriti”. Quindi ci parla di diversi progetti del Consorzio in collaborazione con le Università siciliane e l’Accademia del gusto mediterraneo, finalizzate a perfezionare le tecniche di produzione e sperimentare nuove applicazioni culinarie.

L’utilità della cactacea mediterranea non si ferma agli aspetti gastronomici. L’industria della trasformazione sta guardando a questa pianta con grande attenzione, proponendo innovativi sistemi di lavorazione e modalità di utilizzo sorprendenti. Le foglie di fico d’India sono preziosi materiali da lavorare e trasformare accuratamente, fino a ottenere una fibra legnosa molto resistente e duttile dalla quale prendono vita oggetti in fibra sikalindi. All’ultima edizione del Vinitaly è stata presentata una birra al gusto di fico d’india, mentre in edilizia si pensa di utilizzare questa cactacea come materiale isolante grazie a un procedimento messo a punto dall'università di Palermo, oppure per produrre biogas e digestato.

Consumare fico d’India è inoltre una scelta che fa bene all’ambiente. Non c’è una pianta più ecocompatibile di questa. Spiega Rapisarda: “In un ambiente estremamente arido come quello dell’Etna, ricco di potassio, questo frutto non ha nemici in natura e non necessita di trattamenti chimici, di concimazione e nemmeno di irrigazione”. Caratteristiche che gli sono valse, già nel 2007, la conquista della Dop.

 



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