Dove c'è sostenibilità, c'è casa

La pasta più amata dagli italiani abbraccia lo sviluppo sostenibile, con un progetto che prevede azioni concrete per la tutela dell’ambiente e il rispetto degli agricoltori. Un motivo in più per amarla.
Tutti la conoscono, ma non tutti sanno quanto può essere sostenibile. Dopo aver conquistato il podio del mercato nazionale e una fama senza confini, Barilla continua a guardare lontano. Giunta alla quarta generazione sceglie di investire sulla sostenibilità, mettendo a punto un sistema di reperimento della materia prima a basso impatto ambientale, rispettoso del lavoro degli agricoltori anche sotto il profilo economico. Non è solo un sogno, ma una prospettiva sempre più “al dente”, quasi pronta per finire nel piatto.

Da più di dieci anni Barilla si impegna su due fronti: da un lato la collaborazione con la Regione Emilia-Romagna e il tavolo dei coltivatori nel progetto “Grano duro di alta qualità” (per lo sviluppo di un disciplinare di produzione integrata a vantaggio di sicurezza e qualità); dall’altro l’impegno a quantificare e ridurre l’impatto ambientale della produzione di pasta già nella coltivazione di grano duro, che rappresenta una delle fasi a maggior carico ambientale.
Oggi Barilla sa quanto misura la propria sostenibilità, numero per numero. Dopo uno studio multidisciplinare di Life Cycle Assessment (LCA) - l’analisi dell’intero ciclo di vita della pasta (vedi glossario) - condotto su alcune aziende campione, si è passati a una prima fase di verifica dei dati. Dagli studi condotti dall’Università Cattolica di Piacenza e dagli esperti della Life Cycle Engineering di Torino emerge la possibilità di migliorare la redditività globale delle aziende agricole su base pluriennale e di ridurre al contempo l’impatto ambientale. Come racconta Michele Zerbini, che per Barilla si occupa dell’acquisto del grano duro, “la soluzione è nella riscoperta dei saperi antichi, che puntano sul riutilizzo delle successioni colturali appropriate, la scelta di sementi adatte e la ripresa della lavorazione dei terreni, con trattamenti fitosanitari oculati”.

“Dietro a questo risultato c’è un cambio di paradigma importante”, sottolinea Luca Ruini, Direttore Sicurezza e Ambiente e promotore di alcuni dei principali progetti di sostenibilità. E prosegue: “Negli ultimi trent’anni in agricoltura si è scelto di semplificare, assecondando un modello economico che in alcune regioni ha spinto a coltivare sempre lo stesso tipo di cereale non tenendo conto delle caratteristiche dei terreni e usando ogni volta maggiori quantità di fertilizzanti chimici. Ma questo sistema ha prodotto un depauperamento dei terreni, margini di redditività decrescenti e importanti impatti ambientali. Ciò che offre maggiore redditività sul breve periodo, non sempre è sostenibile nel tempo”.

I promettenti risultati preliminari saranno validati da sperimentazioni in campo, per definire come migliorare la sostenibilità del grano duro: un “decalogo” di buone pratiche frutto di un impegno comune, volto a mediare gli interessi delle diverse parti in causa e a produrre vantaggio per ciascuna di esse. In prospettiva lo studio condurrà alla revisione finale dei disciplinari di produzione per il grano duro utilizzati nell’ambito dei contratti di coltivazione; ma anche all’implementazione di nuovi accordi sulla produzione agricola con gli agricoltori della regione, in modo da applicare al più presto questo modello su larga scala.



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