Grani antichi e territorio: una nuova filiera promossa da Coop Alleanza 3.0

Il progetto punta a mettere in rete produttori e trasformatori, con l’obiettivo di sostenere l’economia dell’Appennino puntando sul rilancio di varietà di grano tradizionali. Se ne è parlato lo scorso 29 luglio nel corso di un convegno, organizzato nell’ambito del Festival Cittaslow

Emilia-Romagna

Si adattano a un’agricoltura a basso impatto, crescono bene in condizioni difficili come quelle montane, ma hanno anche caratteristiche nutrizionali peculiari. I cosiddetti “grani antichi” sono le star del momento: in tanti ne parlano come una delle grandi risorse dell’agricoltura del futuro e c’è anche chi, come Coop Alleanza 3.0 - insieme a Progeo e all’Università di Bologna - ha scelto di mettere in campo un’iniziativa concreta, investendo sulla creazione di una filiera di qualità che congiunga piccoli e medi produttori dell’Appennino emiliano con le industrie di trasformazione, sino ad arrivare al punto vendita e, da qui, alla tavola dei consumatori. Se ne è parlato domenica 29 luglio nel convegno “Appennino e grani antichi. Tra ricerca ed esperienze concrete”, organizzato nell’ambito del Festival Cittaslow, tenutosi a Felina di Castelnovo ne’ Monti (Reggio Emilia).

“La cooperativa nasce non per vendere dei prodotti, ma per aggregare e arricchire delle comunità” puntualizza il presidente di Coop Alleanza 3.0 Adriano Turrini. “Con iniziative come questa, il nostro impegno va nella direzione di mettere in rete piccoli e medi produttori, a partire da elementi di caratterizzazione di questo territorio, dal latte al Parmigiano Reggiano, sino ad arrivare ovviamente ai grani antichi”. Produzioni grandi nella qualità ma spesso piccolissime nei numeri e a lungo incompatibili con le logiche della grande distribuzione: “Dieci anni fa - continua Turrini - nessuno avrebbe pensato di poter comprare un prodotto da un piccolissimo produttore, ad esempio per problemi di continuità nelle forniture”. Oggi attraverso un meccanismo di filiera questo ostacolo sembra essere superabile.

La sfida è costruire valore aggiunto sul tema della biodiversità, sostenendo il territorio e le sue produzioni, senza trascurare l’aspetto qualitativo: “Il nostro lavoro - conclude Turrini - non consiste nella semplice riscoperta, ma nel far sì che la riscoperta porti a ottenere un prodotto buono e di qualità. Non basta collocare il prodotto in una rete distributiva: il consumatore lo acquista una prima volta magari spinto dalla curiosità, dall’interesse, da una narrazione coinvolgente, ma se un prodotto non è buono, difficilmente lo riacquisterà”. Un’iniziativa di filiera può arricchire un territorio e farlo crescere, ma ciò deve avvenire “su profili di qualità molto elevata”.

Un’iniziativa di filiera come quella promossa da Coop Alleanza 3.0 si basa sul principio per cui la biodiversità debba essere tenuta in vita nei campi, e non in un laboratorio. Ci sono tuttavia aspetti tecnici ed economici di cui sarebbe impensabile non tenere conto: la differenziazione di una nicchia di prodotto è un fattore spesso premiante, che i consumatori mostrano di apprezzare, ma affinché il progetto possa funzionare è necessario che alcune condizioni siano soddisfatte.

A spiegarlo è Marco Pirani, presidente di Progeo Sca, che ha evidenziato come per avviare un progetto di filiera dedicato ai grani antichi “bisogna avere il seme, identificarne la varietà, moltiplicarlo per ottenere sementi per avviare le colture, trovare gli agricoltori disponibili, raccogliere il prodotto, stoccarlo e macinarlo separatamente rispetto agli altri prodotti, darlo a un’industria di trasformazione e trovare un distributore che sia disponibile a ospitarlo, a raccontarlo e a farlo conoscere”.

I grani antichi possono rappresentare una scommessa vinta, a patto di superare il concetto per cui “antico” è per forza sinonimo di “buono”: come ben evidenzia Giovanni Dinelli, del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Bologna, si tratta piuttosto di riportare in vita varietà di grano oggi “dimenticate”, attraverso un lavoro di selezione dei semi che guarda al futuro e all’agricoltura di domani. “I grani antichi sono importanti perché si adattano molto bene a tutti i sistemi produttivi a basso impatto e quindi per l’agricoltura biologica”. Le varietà sono tante e tutte diverse tra loro, ma hanno alcune caratteristiche in comune: “Sono a taglia alta e hanno un apparato radicale molto profondo, quindi hanno una maggiore capacità di estrarre da soli le sostanze nutritive dal terreno”. Tradotto: per coltivarli non c’è bisogno di fertilizzanti chimici, una concimazione naturale è sufficiente a garantire buoni livelli di produttività.

Come spesso avviene in agricoltura, anche per i grani antichi la forma si traduce in sostanza. Secondo gli studi condotti dall’Università di Bologna, infatti, “i grani antichi hanno un contenuto di minerali mediamente del 10% superiore” rispetto alle varietà moderne “e questo proprio perché le radici più profonde consentono di esplorare maggiormente il terreno, estraendo più minerali. Inoltre hanno il 15-20% in più di sostanze antiossidanti come polifenoli e flavonoidi”: un meccanismo di difesa per queste varietà dal carattere rustico, ma anche un’importante risorsa per il nostro organismo, considerate le proprietà antinfiammatorie di queste sostanze. E non è tutto: gli studi sembrano dimostrare che le varietà antiche contengano un glutine “meno tenace”, meglio tollerato dal nostro intestino.

Puntare su questi grani - moderni nel loro essere “antichi” - comporta tutta una serie di problematiche che non devono però mettere in ombra le opportunità offerte da una simile iniziativa. “Ci sono tanti interlocutori da mettere insieme - conclude Pirani - ma se ci sono le condizioni per farlo, si può certamente partire. Altre produzioni, come quelle legate al biologico, sono nate inizialmente come nicchie, per poi diventare un importante fattore di mercato. La nicchia può crescere e diventare un importante elemento di differenziazione”.



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