Il gusto del festival: a Mantova la letteratura incontra il cibo

Simonetta Agnello Hornby intrattiene la platea con i suoi racconti ironici tra la Sicilia e l’Inghilterra, mentre il food designer Marti Guixe espone una concezione che va oltre i territori

Lombardia

I gusti sono soggettivi e cambiano nel tempo: questo tema è al centro del libro “La cucina del buon gusto” di Simonetta Agnello Hornby e Maria Rosaria Lazzati, presentato lo scorso venerdì 11 settembre al Festivaletteratura di Mantova all’interno della rassegna “Le parole del gusto”.

Da 50 anni all’estero, la Hornby non ha mai perso l’accento siciliano (dietro consiglio del padre) né la passione per la cucina delle origini. Racconta la Hornby: “La cultura non si tramanda solo con la lingua, ma con il cibo. Le mie nipotine non parlano italiano, ma conoscono le polpette di melanzane”.

Tuttavia, la scrittrice anglo-italiana è favorevole a un’evoluzione del gusto: “Non dobbiamo vergognarci se non ripetiamo le ricette complicate dei nostri nonni: in cucina ognuno è cuoco, e quello che fa lo fa bene”. La scrittrice cita alcuni esempi di similitudini e contaminazioni, piatti inglesi che rivelano curiose affinità con la cucina siciliana. In Inghilterra molti dolci sono a base di pasta di zucchero, che è simile alla velata siciliana derivata invece dagli arabi. Nella zona di Modica (RG) si preparano gli ‘mpanatigghi, biscotti con ripieno di carne che somigliano a un dolce anglosassone.

Dai microfoni del Festivaletteratura arriva l’invito di Simonetta Agnello Hornby a evitare gli sprechi, oggi come ieri. La sua ricetta anti-spreco? Mettere al bando l’impiattata, ovvero la leziosa disposizione di vari cibi nel piatto, con molte concessioni alla gradevolezza visiva. Spiega: “L’impiattata è l’anticamera dello spreco, perché spesso comprende molti cibi eterogenei e serviti in eccesso, con inutili decorazioni. E alla fine non tutti mangiano quello che c’è nel piatto. L’impiattata è un’aberrazione del gusto e dell’eleganza”. A questa invettiva si aggiungono le parole di Maria Rosaria Lazzati, sua compagna di scrittura presente al Festival: “A volte il piatto è talmente perfetto che il gesto di mangiare è quasi distruttivo. L’impiattata, strutturata troppo rigidamente, toglie piacere al mangiare”.

Insomma, la cucina della Hornby è ispirata alla frugalità. Al divertito pubblico del Festivaletteratura, la scrittrice svela le proprie abitudini: “Non sopporto cucinare ingredienti costosi… Mia sorella dice che sono tirchia, mia madre dice che sono oculata. Credo nel cibo che costa poco e quando ho tanta gente a casa cucino pietanze a basso costo. Quando lavoravo come avvocato dei minori, i miei clienti erano persone povere terrorizzate dal rischio di perdere la patria potestà. Mi ricordo di una donna che comprava acqua in bottiglia per dimostrare ai servizi sociali di essere una brava mamma. I ricchi creano nei poveri dei sensi di colpa che non dovrebbero avere”.

Tra le eccellenze della cucina povera c’è senza dubbio lo street food, che trionfa nella città in cui la Hornby è cresciuta: Palermo. “Palermo è la capitale del cibo di strada: viene venduto con la semplicità con cui si prepara e lo si mangia sempre davanti alla friggitoria in compagnia di estranei. È una cosa positiva: mangiare insieme è il momento in cui ci sentiamo umani”. E in Inghilterra? chiede una spettatrice. “Non c’è il cibo di strada perché fa freddo, ma c’è il cibo d’asporto” risponde la Hornby “e il Fish and chips è anche educativo, perché lo vendono avvolto nei giornali del giorno prima. Mangiandolo vengo a conoscenza degli scandali della Regina, ma anche del pensiero politico del proprietario della friggitoria. E lì a volte scopro che abbiamo molte cose in comune”.

Stessa location, altre riflessioni. Nella “Tenda dei libri” di piazza Sordello, il legame fra cibo e territorio viene affrontato qualche ora dopo anche dal designer Marti Guixe, secondo cui “è sempre difficile percepire il cibo senza proiettarlo in uno spazio territoriale”. Questo artista poliedrico e “transnazionale”, come egli stesso si definisce, ha raccontato alcune delle sue invenzioni degli ultimi decenni, capaci di superare la tradizionale distinzione fra aree territoriali. La più interessante è certamente il Food Facility: un ristorante senza cucina dal menu multietnico, dove il cibo viene consegnato in sala da fornitori di take-away. E tra i suoi prototipi c’è anche l’idea di un arredo cucina “metaterritoriale”, perché “se cambia il cibo, la cucina deve essere diversa, e viceversa”. Una riflessione interessante in un Festival dove la cucina si è ritagliata il suo posto fra i libri. A testimonianza di questa contiguità fra i due mondi, abbiamo trovato tra i protagonisti degli stand anche il Melone Mantovano IGP, compagno ideale per una pausa di gusto fra un incontro e l’altro.



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