L’anima green della più grande filiera vinicola italiana

Caviro ogni anno recupera 500 mila tonnellate di scarti che diventano bioenergia e nuovi prodotti. Ne abbiamo parlato con il Direttore generale Sergio Dagnino

Emilia-Romagna

Otto regioni per dodicimila viticoltori, trentadue cantine e milioni di ettolitri di vino da imbottigliare. Quelli della Cooperativa Caviro sono numeri che parlano di crescita e rinnovati investimenti, ma svelano anche una scommessa produttiva giocata sulla sostenibilità. La più grande filiera vinicola italiana ogni anno recupera infatti 500 mila tonnellate di scarti che trovano nuova vita nel settore agricolo, farmaceutico, cosmetico e non solo. Ne abbiamo parlato con il Direttore generale Sergio Dagnino.

In cosa consiste il recupero degli scarti di lavorazione? E come questa scelta s’inserisce nella filosofia Caviro?
L’obiettivo di Caviro è quello di portare nel mondo la sana e corretta immagine del vino italiano: un prodotto della tradizione, da divulgare con massimo orgoglio e produrre con la massima etica in ogni passaggio. Fin da 1966, il primo consorzio nato per volontà di nove Cantine Cooperative Sociali della Romagna, rispondeva anche alla necessità di trasformare scarti di lavorazione dalla produzione del vino e dalla frutta. Nel tempo, anche grazie a impianti sempre più efficienti, questo iniziale servizio ai soci è diventato attività strategica. Si è così allargata la gamma degli scarti ritirati mettendo accanto a feccia e vinaccia anche le potature e le acque di lavorazione delle aziende alimentari. Da meno di 100 mila tonnellate di scarti ritirati ogni anno, oggi si tocca quota 500 mila tonnellate. Circa il 50% diventa compost o prodotto utile all’agricoltura. Il restante si trasforma in componenti utilizzati dall’industria, in particolare quella cosmetica e farmaceutica.

Come si possono riassumere i benefici per l’ambiente?
I benefici per l’ambiente sono massimi: tutti gli scarti recuperati entrano infatti in un percorso garantito e in grado di assicurarne il riutilizzo, tanto che solo lo 0,10% di quanto ritirato viene eliminato in discarica. Grazie a questo percorso non si intasano le discariche, né si inquinano le acque a causa di smaltimenti. In più, buona parte di ciò che si recupera viene trasformato in energia da rinnovabili, sostenibile sia per l’ambiente sia per la marginalità, visto che non dipendiamo dal petrolio.

E i vantaggi per una grande azienda come Caviro?
In breve si possono riassumere in un migliore e maggiore sfruttamento degli impianti: anche quelli destinati a lavorare pochi mesi, oggi sono attivi tutto l’anno con vantaggi per ammortamenti e costi fissi. Il beneficio si misura anche in termini di più stretti e fruttuosi rapporti con i clienti che utilizzano semilavorati o i nostri servizi. Infine, ma non da ultimo, il recupero degli scarti e la continua ricerca per un loro ottimale riutilizzo comporta una spinta innovativa notevole. Il tutto, unito all’autonomia energetica, arriva a tradursi in un fatturato in crescita.

La cura per la dimensione ambientale può essere considerata anche una forma di marketing?
Senz’altro è parte della nostra immagine, ma è anche una questione di responsabilità. Caviro “appartiene” a 12 mila viticoltori in tutta Italia che curano le loro coltivazioni, quindi dobbiamo essere i primi a dare l’esempio promuovendo la salvaguardia ambientale. La sostenibilità è inoltre un aspetto a cui i clienti internazionali guardano molto: richiedono certificazioni e produzioni virtuose, a impatto zero. Infine, per noi è importante anche sensibilizzare i consumatori. Lo stesso Tavernello (il vino più venduto in Italia e primo marchio italiano nel mondo ndr) è confezionato nel Tetra Pak poiché corrisponde alla soluzione più sostenibile. È vero che anche il vetro è riciclabile, ma con un procedimento più complesso; a parità di volumi imbottigliati, se usassimo bottiglie di vetro occorrerebbero 26 automezzi contro un solo automezzo necessario utilizzando le bobine di Tetra Pak.



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