Una pera da signori: la Mantovana IGP

Longevità, terreni fertili e nessun trattamento fitosanitario: ecco perché il gruppo Bellaguarda e il Consorzio Pera Tipica hanno ottenuto il marchio IGP

Lombardia

Già diffusa e apprezzata alla corte dei Gonzaga, la pera mantovana è tra i prodotti più nobili e longevi dell'Oltrepò e del Viadanese (MN). “Un frutto importantissimo per il territorio mantovano”, afferma Paolo Sarzi, direttore dell'organizzazione di produttori Bellaguarda, che dal 1956 commercia in campo ortofrutticolo. “Per tutelarlo, insieme ad altri produttori della zona abbiamo fondato il Consorzio Pera Tipica Mantovana. Nel 1998 sei varietà di pere prodotte in 32 comuni della provincia hanno ricevuto il riconoscimento IGP”.

La pera mantuana è una coltura importante fin dal Rinascimento, quando nobili e prelati si dedicavano, nei giardini e nei “broli” delle corti, a coltivarne e innestarne diverse tipologie per ottenere frutti sempre migliori. Testimonianze scritte raccontano che nel 1475 il frutteto di una tenuta di San Giacomo delle Segnate ne ospitasse due varietà, e alla fine del '700 l'abbazia di San Benedetto Po disponesse di “fruttarie” per conservare le pere.

Se fino al '900 la coltivazione era destinata all'autoconsumo o al mercato locale, nel secondo dopoguerra si inaugurò la produzione su scala commerciale. La forte specializzazione e la nascita di strutture di lavorazione e condizionamento portarono a una rapida crescita della pera mantovana, il cui raccolto oggi supera i 200.000 quintali all'anno.

Le forme di coltivazione più utilizzate per le varietà IGP - William, Max Red Bartlett, Conference, Decana del Comizio, Abate Fetel e Kaiser - sono il fusetto e la palmetta. “Noi preferiamo quest'ultima soluzione”, dichiara Sarzi. “Lo sviluppo di poche branche distanziate favorisce la crescita orizzontale della pianta: ogni ramo così può sfruttare al massimo la luce del sole”. L’elevata vocazione alla coltura del pero, favorita dal clima padano e dai terreni argillosi, profondi e fertili, consente di “limitare al massimo gli interventi di concimazione e di difesa fitosanitaria, ottenendo frutti con ottime caratteristiche organolettiche, salubri e rispettosi dell’ambiente”. A ciò contribuiscono in modo determinante gli agricoltori, impegnati a rispettare un rigido disciplinare e a circoscrivere la produzione solo alle zone più vocate.



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