Come la mozzarella salvò un giovane: una storia d’amore

Quando i Saraceni abbandonarono la penisola italiana, le loro bufale rimasero tra noi. Il cibo si racconta a partire da fatti storici realmente accaduti

Aneddoti e curiosità

Oggi vi raccontiamo una storia speciale, quella di una mozzarella che si innamorò di un giovane. Quando i cristiani scacciarono gli Arabi dall’Italia (915), la vicinanza fra i due popoli permise alle bufale saracene di rimanere sulla nostra penisola…e di regalarci delle splendide mozzarelle.

In una storia che si ispira a fatti storici realmente accaduti, la mozzarella si racconta:

“Rapiti dai saraceni durante la battaglia del Garigliano, molti di noi trovarono libertà e riparo alla corte di Aloara di Capua, vedova di Pandolfo Testa di Ferro, principe di Capua e Benevento. Insieme a me c’erano dei monaci e - con mio gran stupore - anche dei saraceni. Questi ultimi avevano con loro strane bestie enormi, nere con grosse corna, che quando si arrabbiavano emettevano dei versi profondi e minacciosi. La regina Aloara, come Noè, aveva raccolto nel castello un po’ di tutte le specie sia umane che animali e fra tutti regnava una certa concordia.

I monaci, anche loro liberati dalla prigionia turca, provenivano dai conventi delle campagne circostanti ed erano esperti sia nei lavori agricoli sia nella trasformazione dei prodotti. Fu così che cominciarono a utilizzare il latte delle bestie nere per farne formaggi.

Al castello c’era anche un gran bel giovane: era moro, ma cristiano. Io lo amavo e lo volevo sposare. La regina Aloara, che aveva piacere di tenermi al suo servizio perché ero molto brava a spidocchiarla e a pettinarle le lunghe trecce, decise, per togliermelo dalla testa, di ucciderlo. Io ero disperata, e mi confidai con un monaco che lavorava il latte. Lui mi disse di andare dalla Regina e dirle: “Una mozza di cristiano contro 5 di pagano. Frate santo guiderà e la man non fallirà”.

La regina, che non amava i saraceni benché li tenesse a corte, era incuriosita da come sarei riuscita a portare a compimento l’impresa santificata dall’aiuto di un santo frate. Quindi acconsentì, dandomi solo 24 ore di tempo. Tornai dal monaco con grande preoccupazione, ma lui sorrise e mi disse di andare all’alba del giorno dopo nella capanna dove era solito lavorare il latte.

Il giorno dopo andai: lui stava rimestando il latte in un grande calderone, ne tolse una specie di matassa bianca, mi dette un coltello e poi, guidando la mia mano con la sua, mozzò dall’impasto cinque pezzi o mozze, ognuna grande come una testa, che aggiustò in un canestro. La Regina concordò che avevo mantenuto la promessa: le mozze erano 5, erano pagane (perché il latte era di bestie saracene) e il monaco mi aveva guidato la mano. Benedisse perciò le mie nozze con l’unico impegno di chiamare la mia prima figlia “Mozzarella”.

A cura di Egeria Di Nallo – Home Food Le Cesarine

Foto di Angelus



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