4 ragioni per mangiare un Mandarino Tardivo di Ciaculli

Buono, prezioso e simbolo di un’agricoltura onesta: questo frutto palermitano combatte le mode a colpi di (utilissimi) semi

Per mangiare un mandarino dolce e saporito come il Tardivo di Ciaculli, non ci sarebbe bisogno di tirarla per le lunghe con tutte le ragioni che lo rendono unico e inconfondibile. Ma, indagandone la storia insieme a Giovanni D’Agati, Presidente del Consorzio che riunisce 90 produttori, abbiamo trovato almeno altre quattro particolarità che meritano di essere raccontate.

Anzitutto è siciliano da sempre. Un frutto endemico che sopravvive nel borgo di Ciaculli a ricordarci quella che una volta era la Conca d’Oro di Palermo, distesa di agrumeti celebrata dai viaggiatori dell'800 e ormai inghiottita dalla speculazione edilizia. “Slow Food ha inserito il mandarino tardivo di Ciaculli fra i propri presidi”, ci spiega D’Agati.

Secondo punto: il mandarino di Ciaculli ha i semi. Pochi, ma buoni. Forse qualcuno potrebbe considerarlo un difetto, invece noi crediamo che scegliere un frutto con i semi serva a ribadire l’ordine delle cose. “Il mandarino è così per natura”, spiega D’Agati, “e non intendiamo modificare la natura per ragioni economiche. Quando finisci di mangiarlo ti rimane in mano la buccia e un pugno di semi. E da quei semi, se li lasci seccare e li pianti, puoi far nascere nuova vita. I semi per noi sono un documento di originalità”. Per altro, sembrerebbero avere proprietà benefiche (la medicina tradizionale cinese ad esempio li utilizza da tempi antichissimi).

Terzo argomento, il mandarino di Ciaculli è di stagione anche a marzo (a volte anche ad aprile) e ci permette di gustare un prodotto al massimo del suo sapore e mai passato dalle celle frigorifere. Una buona ragione per fare il pieno di Vitamina C anche in una macedonia di primavera.

Veniamo infine a un quarto valore aggiunto: la nascita del Consorzio ha portato una ventata di legalità nelle campagne palermitane, rivoluzionando le pratiche di gestione delle aziende agricole. “Abbiamo obbligato le aziende consorziate a mettersi in regola”, ci spiega D’Agati, “provvedendo all’assunzione dei lavoratori e al pagamento dei contributi previsti dalla legge. Ogni agricoltore che entra nel consorzio deve attenersi a regole molto rigide. E restare all’interno del Consorzio è l’unico modo per sopravvivere in un mercato agguerrito”. Un approccio che viene coronato dall’adesione al progetto Addio Pizzo, la cordata di aziende che rifiutano di sottostare alle logiche della mafia. Aggiunge D’Agati: “Se qualcuno venisse a chiederci il pizzo, lo inviteremmo a lavorare nei campi. La mafia ha mortificato la Sicilia e la sua economia. Per noi, lavorare è l’unico modo ammesso per far soldi”.

Progetti per il futuro? “Far apprezzare il prodotto anche oltre i confini nazionali. Alla fiera di Berlino abbiamo presentato le primizie di un’annata eccezionale”, racconta il presidente. Ma le idee non finiscono qui: “È venuto il momento di continuare a sperimentare: stiamo piantando limoni, frutti che trovano sempre meno posto in Sicilia per le logiche di mercato”. Non è mai troppo presto per mobilitarsi a difesa della biodiversità.



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