Faeto francoprovenzale

Siamo in Puglia, ma si parla un’altra lingua. Scopriamo una delle caratteristiche più interessanti sulla patria dei salumi pugliesi.
Puglia
Faeto e Celle di San Vito formano l’isola linguistica della Daunia Arpitana, nella quale si parla ancor’oggi il francoprovenzale. Questa minoranza linguistica è una delle meno conosciute in Italia e la sua origine, che risale al Medioevo, è controversa. L’ipotesi più accreditata è che la lingua discenda dallo stanziamento dei soldati di Carlo D’Angiò nel Mezzogiorno, in seguito alla battaglia di Benevento (1266). Molti Angioini raggiunsero infatti negli anni successivi la zona di Crepacore (vicino a San Vito e a Celle) per dare appoggio alle loro truppe. Si ritiene che, sconfitti i Saraceni di Lucera, Carlo D’Angiò concesse ai duecento soldati provenzali di restare nelle fortificazioni di Crepacore. Molti di essi si fecero anche raggiungere successivamente dalle rispettive famiglie. A Faeto e Celle oggi si parlano perciò tre idiomi: l’italiano standard, il dialetto pugliese e il francoprovenzale, vera lingua materna degli abitanti.

Questo costume linguistico si è incrociato nei secoli con l’altra grande tradizione di Faeto: l’allevamento e la trasformazione dei suini. Il risultato è testimoniato da una grande presenza nel vocabolario francoprovenzale di detti e vocaboli legati al maiale e alla lavorazione dei salumi. Ecco qualche esempio:

Presùtte: prosciutto;
Purcarèll: porcarella;
Purcij: porcile;
Cajùnne: maiale;
Sanapurcèll: sana porcelli – colui che castrava i maiali;
lu bancùnne: un tronco di grande dimensione dove poggiava la testa del maiale;
lu pelattàue: un piano su cui si poggia il maiale per eseguire la depilazione;
lu vammìje: un arco a cui si appende il maiale a testa in giù.


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